14 maggio 2012

La copertina del IV numero di “Scilla!”

26 giugno 2012

Giordano lascia la maggioranza: “Politica da marciapiede”

Mario Giordano abbandona la maggioranza guidata dal sindaco Pasquale Caratozzolo. La decisione è stata comunicata quest’oggi per mezzo di una lettera, indirizzata al primo cittadino di Scilla. Giordano ha rimesso tutte le deleghe ma continuerà a esercitare il suo ruolo di consigliere comunale dai banchi dell’opposizione. Diventa dunque molto probabile il suo passaggio nel gruppo di minoranza “Insieme per il progresso”. In questo caso, Caratozzolo continuerebbe ad avere la maggioranza numerica in Consiglio, ma non quella politica, considerato che Giordano alle ultime elezioni ha ottenuto circa 120 preferenze, con l’attuale amministrazione vincente per uno scarto di soli 46 voti.
Nell’annunciare le sue intenzioni, Giordano ha riservato parole durissime nei confronti del sindaco Caratozzolo, accusato di portare avanti una politica «di stanze semideserte o da marciapiede». Dalle parole dell’ormai ex membro della maggioranza traspare l’amarezza per un progetto politico fallito troppo presto. «La nostra – ha ricordato – è stata una meravigliosa campagna elettorale, laboriosa e sofferta, dove ognuno è andato al di là del proprio cuore, chiedendo l’apporto di giovani e giovanissimi, adulti e anziani». «Ma per raggiungere quale obiettivo? Sconfiggere la politica del sindaco uscente Ciccone oppure gettare le basi per una politica costruttiva, propositiva e operante per il paese e la popolazione tutta?», si è chiesto il consigliere comunale. Che ha chiarito subito la sua posizione: «Questa seconda ipotesi ha certamente animato la mia volontà di scendere in campo». Una scelta che però è stata ben presto delusa, a un anno esatto dalle ultime consultazioni elettorali. Secondo Giordano, «Scilla rimane sempre più soffocata da una politica che non ha il coraggio di cambiare. I nostri intenti basati sul coinvolgimento di tanti giovani, da sempre derisi, tutte le associazioni da Lei stesso chiamate in causa (si riferisce al sindaco, ndr) e tutti i gruppi che hanno animato e sospinto la nostra lista, che fine hanno fatto? Si pensa veramente che senza il loro apporto Scilla potrà avere le stesse prospettive di sviluppo? Non credo proprio».  La decisione del consigliere arriva in un momento particolarmente difficile per l’amministrazione comunale. Solo qualche giorno fa, il primo cittadino di Scilla ha dovuto incassare le forti critiche del vicesindaco Mimmo Mollica, che lo ha implicitamente accusato di non aver fatto nulla per salvare l’ospedale di Scilla. «Ci fosse stato un politico di prestigio – queste le sue parole  – le cose sarebbero andate diversamente». Nello scorso mese di ottobre, invece, l’intero esecutivo comunale era stato sciolto dal Tar, in seguito al ricorso presentato dalla consigliera di maggioranza (poi divenuta assessore) Loredana De Lorenzo, che chiedeva il rispetto della normativa sulle quote rosa. Insomma, in un solo anno di governo l’amministrazione Caratozzolo ha già mostrato più di una crepa. Una situazione che non fa ben sperare sulla tenuta della maggioranza per i prossimi quattro anni.

Pietro Bellantoni

14 maggio 2012

Il mattone che manca

Sopportare le conseguenze di una speranza tradita è un esercizio che si impara col tempo. Il desiderio irrealizzato fortifica lo spirito, ma al tempo stesso lo disillude, in un certo senso inaridisce le prospettive, consegna alla paralisi progettuale. È con animo genuino che la gran parte degli scillesi lo scorso anno ha deciso di affidare le sorti del paese alla lista “Scilla domani” e al suo leader, l’attuale sindaco Pasquale Caratozzolo. Il passato parlava di anni bui, animati da colpevole immobilismo e da una tendenza di generale involuzione. In un contesto simile, era naturale e oltremodo comprensibile optare per una svolta decisa, per una soluzione di discontinuità entusiasta e fiduciosa. Non è tempo per le anime candide, perciò vanno anche ricordate scelte più “interessate” e che poco si conciliano con il cosiddetto bene comune. Ma, al di là delle solite e dannose pratiche clientelari, non si può certo trascurare la volontà di cambiamento che si agitava nella mente dei più.
Come logica conseguenza, una volta stabilite le gerarchie politiche e le cariche amministrative, gli occhi si sono puntati sul nuovo corso comunale, sulle sue idee e le (si sperava inedite) capacità operative. A un anno da quella data fatidica, che a molti – a torto o a ragione – è sembrata una vera e propria liberazione, si può dire senza temere smentite di sorta che nulla è cambiato. Nulla. Il tempo si è fermato e Scilla si ritrova lì dov’era 12 mesi fa. I sedicenti rivoluzionari nostrani, nelle loro pose placide e rassicuranti, nei loro volti che ispirano fiducia, si sono semplicemente rivelati degli ultraconservatori incapaci di immaginare il futuro. Serve però una premessa che allontani i fraintendimenti: per chi scrive Pasquale Caratozzolo è stato da sempre una persona cara verso la quale nutrire sinceri sentimenti di affetto. In queste poche righe non trovano dunque spazio considerazioni frutto di rancori di sorta o di interessi oscuri. Su questo punto non c’è discussione alcuna.
Liberato il campo da possibili grossolane speculazioni, arriviamo al sodo: Scilla, forse, ha bisogno di più. Non è più tempo di esitazioni o temporeggiamenti. Il Cambiamento deve arrivare ora, o sarà davvero troppo tardi. Per realizzarlo serve un piglio diverso, una volontà e una determinazione che non sembrano albergare nell’istinto degli attuali inquilini del Palazzo. E dire che basterebbe davvero poco: è più facile costruire da zero piuttosto che ristrutturare l’esistente.
In un anno, però, non è stato messo nemmeno un mattone. Cosa si sta aspettando, per quanto tempo ancora le speranze di quegli elettori dovranno essere rinnovate prima di morire definitivamente? È vero, ci si trova a vivere in una comunità dove spesso a vincere è il disfattismo più retrivo, la voglia invidiosa e annichilente della denigrazione gratuita e mediocre. A controbilanciare simili tendenze c’è però una larghissima fetta di scillesi pronti ad applaudire con gioia ogni nuovo successo, ogni passo mosso lontano dal sottosviluppo e dalla rassegnazione. Pasquale Caratozzolo ha saputo catalizzare il malcontento diffuso e trasformarlo in consenso. Un patrimonio che non deve andare perduto.
Finora, purtroppo, i numeri e i fatti non parlano a suo favore, ma anzi rimandano a un’esperienza amministrativa inadeguata alle sfide attuali. Nessuno può sapere se questa forza di governo in futuro avrà le capacità necessarie per realizzare l’impresa sperata. Per il momento il tempo passa e cresce lo scontento. Il sindaco faccia due conti e dica se la sfida è alla sua portata. Batta un colpo e si faccia sentire. Sarà possibile allora leggere altre pagine, e si potranno fare altri discorsi.

Pietro Bellantoni

14 maggio 2012

Nella morsa dei banditi

Tanta attesa per un dissesto. Alla giunta Caratozzolo è servito più di un anno per approvare l’ormai famigerato consuntivo 2010. Ma, a conti fatti, il risultato della tanto celebrata “operazione verità” rischia di compromettere definitivamente la salute delle casse comunali. All’orizzonte si allungano infatti ombre scure, all’interno delle quali si agita lo spettro del crac finanziario. Una possibilità che può essere scongiurata in due modi: aumentare a dismisura le tasse o vendere i gioielli di famiglia. Forse, però, si poteva evitare di arrivare fino al punto di non ritorno, attraverso operazioni più chiare e trasparenti. E, soprattutto, disinteressate. Quel che più colpisce in tutta questa storia infatti è la palese discrasia tra le dichiarazioni e i fatti, tra i manifesti autoassolutori e la realtà delle cose. Giochi normali della politica nostrana. Ma stavolta a tenere banco è un paradosso enorme e grottesco. Perché alla base del rendiconto 2010 ci sono i dati forniti dalla Censum, la società privata di riscossione tributi i cui dirigenti sono stati definiti da Caratozzolo come dei «banditi». Sostantivo che il sindaco ha sdoganato durante gli ultimi due consigli comunali. Inutile dire che dietro una etichetta di questo tipo si nasconde tutta la sfiducia della giunta comunale nei confronti di una società sulla quale al momento non ci sono valide ragioni per mettere in dubbio il suo buon operato. E tuttavia lascia abbastanza perplessi la decisione di inaugurare una stagione economica da lacrime e sangue sulla base di cifre messe a disposizione da un organismo verso il quale l’amministrazione Caratozzolo nutre fortissimi dubbi. C’era forse la necessità di sancire un disavanzo a ogni costo? Difficile dirlo con certezza.

IL CONSUNTIVO
Fatto sta che alla fine il debito accertato si aggira intorno ai cinque milioni di euro. Una cifra alla quale si è arrivati dopo aver dato troppo allegramente un colpo di spugna ai residui attivi (le possibili entrate tributarie) ritenuti insussistenti. Tutto questo senza che l’amministrazione comunale facesse ulteriori e quanto mai necessarie opere di accertamento.
IL MANIFESTO
La giunta Caratozzolo è in ogni caso riuscita a smentire se stessa. Subito dopo la vittoria elettorale, sindaco e assessori si erano premurati di far conoscere alla cittadinanza il “reale” stato della finanza pubblica.
Il manifesto che tappezzava le strade metteva in mostra una cifra astronomica: 19 milioni di euro di disavanzo. Un dato smentito dal bilancio approvato poche settimane fa. Oggi di milioni ne rimangono cinque, e anche su quelli non c’è da giurarci. Non bisogna dimenticare che subito dopo la pubblicazione di quel manifesto, l’intero esecutivo era stato raggiunto da una querela da parte dell’amministrazione comunale precedente, guidata da Gaetano Ciccone. Il sospetto è che dietro il possibile baratro dell’ente comunale ci sia la difesa di meri interessi personali (vincere la causa per diffamazione). E non convincono neanche le parole dell’assessore al Bilancio Ciccio Bova, che durante la lettura della relazione finale ha usato toni da caccia alle streghe nei confronti dei suoi predecessori. Anche di fronte all’evidenza, l’ammissione degli errori non rientra tra le facoltà della giunta, che per salvare capra e cavoli ha deciso di addossare la responsabilità delle cifre inizialmente esposte al ragioniere capo del Comune, Rodolfo Fontana. Che adesso accusa gli assessori di avergli «carpito la firma» con l’inganno. Insomma, una faccenda spinosa nella quale i nuovi “depuratori” non fanno una bella figura.
GLI ESPROPRI
Un dato interessante è poi quello relativo ai debiti fuori bilancio. È ormai consolidata l’idea che queste cifre siano relative a espropri e pagamenti tributari risalenti agli anni 70 e 80. Caratozzolo, sconfessando la campagna persecutoria degli ultimi tempi, ha deciso di chiudere il contenzioso con una dichiarazione esplicita: «Non abbiamo mai detto che la colpa è di Ciccone».
COME USCIRNE?
È chiaro che il consuntivo 2010 comporterà conseguenze pesanti. Il disavanzo dovrà essere recuperato attraverso una tassazione più salata, accertamenti più stringenti e con la vendita dei beni più preziosi del Comune. Dovessero andare male queste operazioni, il dissesto economico diventerebbe inevitabile. Una possibilità che l’amministrazione comunale ha fatto di tutto per creare.

Pietro Bellantoni

14 maggio 2012

Buttati al vento 200mila euro

Dopo tanta attesa, nonché accese polemiche, l’amministrazione Caratozzolo ha liquidato la pratica “Consuntivo 2010”, la cui mancata approvazione ha causato per mesi la paralisi dell’apparato comunale. Il bilancio approvato, che era stato redatto dalla precedente amministrazione, dopo la “revisione”
apportata dalla giunta attualmente in carica attesta un disavanzo finanziario di 4,9 milioni di euro.
Orbene, a quanto scritto sulla relazione allegata al consuntivo e a quanto affermato durante lo scorso consiglio comunale, si arriva a questo risultato
dopo un’attenta revisione dei residui (crediti e debiti accertati ma non ancora riscossi) effettuata dall’attuale giunta, che ha provveduto alla cancellazione
di larga parte dei residui attivi, ovvero crediti, per un importo pari a 10,6 milioni di euro circa, poiché tali somme sono state ritenute inesistenti, insussistenti o prescritte. Come previsto dall’ordinamento, la prassi di revisionare in sede di redazione del consuntivo i residui, che risponde al principio di prudenza, volto a salvaguardare l’equilibrio finanziario dell’ente, consiste nell’eliminazione, in tutto o in parte, di somme che, seppur precedentemente accertate, non si è più in grado di riscuotere e che, pertanto, non hanno più motivo di essere considerate; è però bensì previsto dallo stesso ordinamento che prima di provvedere alla cancellazione di tali somme è necessario eseguire un riaccertamento, espletando ogni forma di azione possibile volta alla riscossione di esse e, se tale operazione non andasse a buon fine, è necessaria un dettagliata motivazione che ha portato alla loro eliminazione.
È proprio riguardo a tal punto che tra maggioranza e opposizione, in sede di approvazione, si sono levate le maggiori polemiche: tali motivazioni non sono state fornite e si è inoltre provveduto a cancellare somme, relative a tributi, ancora riscotibili per un ammontare di 200.000 euro (e sulle restanti bisogna ancora fare luce). Infatti, come dimostrato dal consigliere Pasquale Ciccone, vi è una lettera, inviata da Equitalia (la società pubblica di riscossione), in cui la stessa afferma che tali somme sono ancora esigibili, e pertanto non andrebbero eliminate; accertato ciò, l’opposizione ha richiesto di inserirle nel bilancio che si andava a votare, ma la proposta è stata rifiutata con fermezza dalla maggioranza.
Alcuni dubbi sorgono spontanei: forse si è andati oltre il principio di prudenza, cancellando ben 10 milioni di residui attivi, soprattutto alla luce del fatto che prima di far ciò non si sono espletate tutte le azioni per poterli recuperare? E se fosse stato ancora possibile incassarle? Se così fosse la cancellazione indebita di queste somme, oltre a configurare un danno erariale, costituirebbe un maxicondono tributario. E soprattutto, alla luce di quanto certificato da Equitalia, perché c’è stato il rifiuto di inserire somme (che andrebbero a ridurre il deficit) dichiarate, da un soggetto terzo e imparziale, ancora esigibili? In tempo di crisi, il prezzo per aver potuto affermare di “avere ragione” potrebbe dimostrarsi esorbitante; l’unica certezza è che, a causa delle scelte della giunta Caratozzolo, bisognerà ripianare un deficit di 5 milioni di euro in 3 anni: peso che graverà, come sempre, sulle spalle dei cittadini.

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