Archive for febbraio, 2012

27 febbraio 2012

Il “Salvatore” che lascia morire

Tutti ricordano le parole di Santo Perina, pronunciate in piena campagna elettorale: «Pasquale Caratozzolo, con le conoscenze che ha, è l’unica persona in grado di salvare l’ospedale di Scilla». Una affermazione perfetta per dare una spinta decisiva verso la vittoria elettorale finale. Purtroppo, e sono i fatti a parlare, la fortunata espressione dell’attuale assessore al Turismo si sta rivelando solo come un populistico spot, capace di placare i timori e le preoccupazioni degli elettori giusto fino al momento dell’uscita dal seggio elettorale. In nove mesi di mandato, infatti, da parte del sindaco non si ricorda un atto che sia uno in difesa dello “Scillesi d’America”, il presidio per il quale era stato eletto anzitempo come il “Salvatore”.

L’inerzia cocciuta (o strumentale?) che la sua amministrazione sta mettendo in atto risalta ancor di più se la si confronta con le iniziative e le virulente proteste degli altri sindaci calabresi interessati da altrettanti “piani di riconversione” o chiusure dei loro ospedali. Manifestazioni di piazza, richieste di tavoli di concertazione, appelli pubblici, dichiarazioni vibranti sui giornali, pressioni sui politici amici: i colleghi di Caratozzolo le stanno tentando tutte per evitare gli effetti più nocivi per il loro territorio determinati dal Piano di rientro attuato dal governatore Scopelliti. Il nostro primo cittadino, «l’unico uomo in grado di riuscire nell’impresa», rimane invece in colpevole silenzio, non agisce, non protesta, rimane immobile in attesa degli eventi. In attesa cioè che l’ospedale sia definitivamente smembrato dai giochi dei potentati politici regionali e provinciali, che come avvoltoi si stanno gettando famelici su quel che resta dello “Scillesi”. A piano di riconversione ultimato, vedremo chi avrà ottenuto il boccone più succulento. Sarà forse qualcuno vicino al direttore generale dell’Asp reggina? I giorni a venire contengono già la risposta.
Nel frattempo Caratozzolo sembra interessato solo a non disturbare il «caro amico Scopelliti», mentre a farne le spese sono tutti gli scillesi, senza contare le altre 45mila persone per le quali l’ospedale rappresentava un punto di riferimento sanitario essenziale e insostituibile. Caratozzolo è così preoccupato delle possibili rappresaglie del governatore che non se l’è sentita nemmeno di partecipare a un incontro ufficiale in commissione Errori sanitari, al quale erano presenti tutti i sindaci dell’area grecanica, accompagnati dal consigliere regionale Giuseppe Giordano. In quella circostanza, la delegazione reggina ha esposto al presidente Leoluca Orlando tutte le distorsioni provocate dal Piano di rientro, chiedendo un suo intervento a garanzia dei livelli assistenziali minimi. Scilla non avrebbe avuto voce, se non fosse stato letto dallo stesso Giordano un documento redatto dall’opposizione “Insieme per il progresso”. Il consigliere Idv, contattato dal nostro giornale, ha commentato in modo diplomatico ma tagliente l’assenza del sindaco di Scilla: «Caratozzolo ha preferito non esserci, rientra tra le sue facoltà. Per fortuna è intervenuta la minoranza in Consiglio, che si sta battendo insieme a noi per evitare il peggio».
L’arma troppo spesso usata dagli “interessati giustificatori a oltranza” sta in una frase: «L’ospedale sta morendo da molti anni». È vero. Ma sono stati proprio questi i mesi decisivi per tentare di mitigare gli effetti più devastanti della politica sanitaria scopellitiana. Si dirà ancora: «Non si può fare niente, ormai è tutto deciso». Non è così, basti vedere i risultati ottenuti dagli ospedali di Melito e Rogliano, prima davanti al baratro e ora quasi salvi. E poi, se proprio non si poteva fare niente, se la guerra era persa in partenza, perché Perina e Caratozzolo hanno fatto credere il contrario?

Pietro Bellantoni

27 febbraio 2012

A lottare c’è solo l’opposizione

I manifestanti da una parte, Pasquale Caratozzolo dall’altra, a fare bella mostra accanto al governatore Scopelliti. Il 17 settembre scorso, giorno della conferenza stampa convocata nel nosocomio scillese, si era già capito quale sarebbe stato l’atteggiamento della giunta comunale nei confronti dei piani del commissario ad acta alla sanità. Nel suo ospedale, nella struttura che avrebbe il dovere di difendere, il sindaco pronunciò solo queste inoffensive parole: «Presidente, ci affidiamo a lei». Scopelliti non avrebbe potuto chiedere di meglio: invece di un capopopolo aveva trovato un alleato silenzioso. Di fronte a tanta malcelata remissività, toccò a Pasquale Ciccone fare la parte del cattivo e difendere a muso duro l’ospedale, interpretando così i sentimenti di tutta la popolazione scillese. Il leader dell’opposizione si trovò di punto in bianco a recitare la parte del sindaco, singolarità che avrà un seguito, con tutta una serie di azioni messe in atto a dispetto dell’attendismo della giunta comunale. Leoluca Orlando, presidente della commissione sugli Errori sanitari, è venuto a conoscenza della situazione del presidio scillese solo grazie a un documento del gruppo di minoranza. «Lo smantellamento dell’ospedale – recitava il testo – costituisce una grave ferita agli interessi del territorio, è illogico e contraddittorio». Un’analisi che ha destato l’interesse della commissione verso lo “Scillesi d’America”. Ed è sempre stata la minoranza a dare l’impulso per l’approvazione di una delibera per il mantenimento della denominazione ospedaliera, la riattivazione del pronto soccorso e per un’eventuale annessione al “Riuniti” di Reggio. Di quell’atto ufficiale, che proponeva alternative realizzabili e doveva essere presentato da Caratozzolo a Scopelliti, si sono perse le tracce. L’opposizione ha poi più volte stigmatizzato pubblicamente l’atteggiamento dell’inquilino di Palazzo San Rocco di fronte a «un’operazione consapevole da parte dei vertici dell’Asp, finalizzata a privilegiare il ruolo di altri ospedali. Il sindaco è rimasto inerte rinunciando al ruolo di riferimento delle istanze più autentiche del popolo scillese». Azioni e denunce mirate che – promettono i consiglieri di minoranza – sono solo le prime battaglie nella guerra per la salvezza dell’ospedale.

Pietro Bellantoni

27 febbraio 2012

L’ospedale sacrificato dalla politica

Ha fatto scalpore la provocatoria lettera pubblicata recentemente dal sito Malanova.it, nella quale si chiedeva la disponibilità di Emergency a prendere in carico la struttura ospedaliera scillese. Anche nella lettera aperta, così come avevamo già fatto dalle colonne di questo giornale, viene ricordato che nella relazione della commissione parlamentare sugli errori sanitari è scritto a chiare lettere che «è stato richiesto di valutare l’effettiva esigenza della chiusura di ospedali quali quelli di Scilla e Rogliano». Ciò perché, al di là di tutti i conti e i parametri – alquanto discutibili – attraverso cui si sta attuando il Piano di rientro, la legge prevede espressamente che la valutazione della rispondenza delle strutture sanitarie al fabbisogno deve tener conto del criterio della soglia minima di efficienza. E l’efficienza dimostrata negli anni dalla struttura ospedaliera scillese è direttamente proporzionale all’inefficienza con la quale gli stessi servizi assicurati fino a pochi mesi fa dallo “Scillesi d’America”, vengono oggi svolti presso gli Ospedali Riuniti di Reggio, che si ritrovano a dover far fronte a un numero di utenti tali da finire col costituire un doppio danno: per la salute dei reggini e per la bontà e la qualità del lavoro degli stessi operatori sanitari. A ciò si aggiunge un altro aspetto, richiamato seppur indirettamente, da una recente sentenza del Tar di Reggio, con la quale è stata annullata la soppressione di cinque postazioni di guardia medica nella Piana di Gioia Tauro. Nella Sentenza i giudici scrivono: «La razionalizzazione del servizio di continuità assistenziale non può, evidentemente, passare solo attraverso un calcolo numerico ma attraverso un’attenta valutazione, da parte della Regione (ed ora ad opera del Commissario per l’attuazione del Piano di rientro), oltre che delle ragioni di spesa pubblica, delle caratteristiche orogeografiche, abitative e organizzative del territorio». Se questo principio è stato riconosciuto valido per le guardie mediche, la logica vorrebbe che esso valga, a maggior ragione, per le strutture ospedaliere. Ma, nei fatti, così non è! I casi di Scilla e Rogliano, piccolo centro della provincia di Cosenza, ne sono l’emblema.

Posto a 660 mt sul livello del mare, Rogliano conta 5.828 abitanti distribuiti su poco più di 41 Kmq (140,9 abitanti/kmq) ed è conosciuto come il paese delle 12 chiese. Scilla di chiese ne ha “solo” otto (10 se si considerano anche quelle di Melia e Solano Superiore); di abitanti qualche centinaio in meno ma con un territorio che sfiora i 44 Kmq (cui corrispondono 118,13 abitanti/kmq). Da questi dati è evidente la similitudine orografica, abitativa e organizzativa dei due ambiti territoriali, i due originari presidi ospedalieri vengono inizialmente riclassificati come “ospedali territoriali”: per Rogliano vengono conteggiati complessivamente 50 posti letto esistenti, mentre a Scilla il totale è di 77. Secondo le originarie previsioni del Piano di rientro, a Rogliano i posti letto normalizzati (calcolati cioè sulla base dei ricoveri appropriati e del tasso di occupazione di singola capacità) avrebbero dovuto essere 51, quelli di Scilla 47. I destini delle due strutture divergono nell’ottobre 2011, con due mosse repentine. Con un provvedimento ad hoc infatti si decreta di mantenere il presidio ospedaliero “Santa Barbara” di Rogliano nell’Azienda ospedaliera di Cosenza, compresi il numero dei posti letto normalizzati e il personale in esso operante. Il provvedimento, secondo quanto dichiarato dal governatore Scopelliti agli organi di stampa, è «l’unico atto esistente in tema di accorpamenti di strutture ospedaliere » e che perciò è da escludere l’esistenza di «una chiara volontà rivolta a penalizzare la sanità cosentina a vantaggio di altre realtà come quella di Reggio Calabria».

Successivamente viene messo nero su bianco il destino dello “Scillesi d’America”: da 47 posti letto, per via del nuovo riordino è soggetto al declassamento a Capt (centro di assistenza primario territoriale). E i posti letto appropriati? Scompaiono come per magia: zero! Dunque, il presidio ospedaliero di Rogliano mantiene i suoi 51 posti letto (uno in più di quelli rilevati nel 2009) e conserva le funzioni di ospedale, all’interno dell’azienda ospedaliera di Cosenza. Lo “Scillesi”, invece, accorpato all’Azienda ospedaliera di Reggio, dopo una vertiginosa sarabanda metamorfica diventa un Capt, viene individuato come possibile sede di una futura casa della salute, ma con zero posti letto. Non si capisce il perché di due destini tanto diversi per due presidi posti in realtà simili tra loro. Non esiste una spiegazione logica, ma ne esiste una politica: non penalizzare la sanità cosentina ma colpire con una raffica di provvedimenti spesse volte contraddittori, il punto che fin qui sta dimostrando di essere il più debole: l’ospedale di Scilla. L’ultima desolante dimostrazione l’abbiamo avuta di recente a Roma. Ai lavori della commissione parlamentare sugli errori in campo sanitario, il consigliere regionale Giuseppe Giordano (componente della commissione sanità in consiglio regionale) ha esposto le richieste dei sindaci dell’area grecanica e – si legge nel comunicato stampa – di «alcuni consiglieri d’opposizione del Comune di Scilla».

Per uno strano destino, Scilla riesce sempre a distinguersi dagli altri. Giordano, in quella sede, non era espressione di un partito politico, ma il rappresentante di un’intera commissione regionale e, quindi, di tutto il consiglio. Le istanze avanzate non possono e non devono essere solo dell’opposizione, ma di tutta la comunità scillese. Ancora una volta, come avvenuto in passato, Scilla si presenta debole. Ma la storia e la saggezza popolare ci insegnano che il destino di chi si dimostra debole è già segnato: se pecura ti fai, lupu ti mangia.

Francesco Rocco Picone

27 febbraio 2012

Il sindaco Pinocchio

Era parsa alquanto strana la fretta con la quale la giunta comunale si apprestava a “regalare” per vent’anni la scuola elementare di Marina Grande alla Domi, società specializzata in corsi di formazione con sede a Villa San Giovanni. Per fugare ogni malizia dei malpensanti, durante il consiglio comunale del 30 novembre il sindaco Caratozzolo aveva asserito più volte in tono deciso di non conoscere l’associazione in questione né i suoi rappresentanti. «Non conosciamo i titolari di questa società – aveva affermato il primo cittadino – né abbiamo alcun interesse personale nella faccenda. Ci interessa solo che la scuola esca dalla stato di abbandono nel quale si trova attualmente». Ma scorrendo le pagine del sito della Domi (domifs.com), ci si imbatte nelle verità negate da Caratozzolo. Il 7 luglio 2011, durante la celebrazione del “Domiday”, il sindaco figurava infatti tra gli ospiti d’onore dell’evento, organizzato per presentare i risultati del primo anno di corsi formativi (domifs.com/domyday.html). Si può essere ospiti di estranei? Certo che sì, ma subito dopo si può continuare a definirli tali? Di sicuro c’è una cosa: Caratozzolo ha mentito. Conosceva la Domi quanto meno per il semplice fatto di essere stato invitato a una manifestazione in cui la società villese mostrava le abilità conseguite dai suoi allievi. E allora perché il sindaco ha preferito tenere nascoste le sue frequentazioni, istituzionali o amichevoli che fossero? C’era forse qualcosa da nascondere nell’operazione che avrebbe dato alla onlus la gestione della scuola? Piuttosto che mentire, Caratozzolo avrebbe invece potuto dare le sue garanzie sull’affidabilità e la professionalità dell’associazione oggetto del dibattito. E forse sarebbe anche riuscito a convincere della bontà del provvedimento anche la coalizione di minoranza, la cui ferma opposizione è stata decisiva per il blocco della delibera comunale. Caratozzolo non l’ha fatto, ha preferito invece negare ogni legame e dichiarare il falso di fronte al massimo organo comunale. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

Pietro Bellantoni

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