«La mia vita nel lager»

Nella memoria collettiva, i campi di concentramento rievocano per lo più l’immagine degli ebrei, tralasciando gli zingari, gli omosessuali e i dissidenti militari che subirono lo stesso trattamento. I soldati italiani, all’indomani dell’8 settembre 1943, dopo l’armistizio stipulato dall’Italia con gli angloamericani, si ritrovarono a dover fronteggiare come nemici i tedeschi che fino al giorno prima erano loro alleati. Coloro che scelsero di resistere all’esercito tedesco, divennero Imi (internati militari italiani), catturati e deportati nei campi di detenzione del Terzo reich. Per la maggior parte furono avviati all’industria bellica e mineraria, lavorando in condizioni disagevoli, al freddo e malnutriti. Il numero degli Internati militari italiani è di circa 800mila, con una perdita che va dai 37mila ai 50mila, deceduti soprattutto per la scarsa alimentazione e l’imperversare delle malattie, prima tra tutte la tubercolosi. Testimone di questa pagina buia, il professore Francesco Como, scillese, classe 1921, che ha partecipato al secondo conflitto mondiale come tenente di fanteria della divisione Acqui sul fronte greco-albanese, e successivamente promosso capitano. Oggi può fregiarsi di diverse onorificenze, tra le quali quella di Volontario della libertà, di Commendatore dell’ordine al merito della Repubblica italiana, di Cavaliere ufficiale al merito. Ma accanto all’orgoglio, restano i ricordi dolorosi di una guerra nella quale è stato prigioniero per due anni e dalla quale è riuscito a tornare vivo, con una piastrina metallica e il suo numero da internato che ancora conserva. Nel ’43 si trovava a Porto Edda, in Albania, come comandante della divisione Parma. Ma l’8 settembre il maresciallo Badoglio annuncia via radio l’armistizio con gli angloamericani.

Cosa accadde?

«Ricevemmo l’ordine di trasferirci a Corfù, in rinforzo al 18° reggimento. La situazione non era facile: dovevamo scegliere se continuare a combattere a fianco dei tedeschi o opporci. Il 25 settembre i tedeschi riuscirono a vincere la nostra resistenza. Badoglio aveva promesso di salvarci e invece, il 26 settembre, fummo disarmati e il 28 ottobre arrivai in Polonia: Deblin-Irena, Stalag 307».

Una volta nel campo cosa successe?

«Per prima cosa ci assegnarono un numero. Io ero il 24770. Non esistevano più gradi, non c’erano tenenti o capitani, solo 10mila numeri, incisi su piastrine metalliche che portavamo al collo. Quando un prigioniero moriva metà piastrina veniva conservata in una bottiglia, mentre l’altra metà finiva in un sacco insieme al corpo. Ricordo il freddo. Arrivai con una camicia, poi fortunatamente mi regalarono un giubbotto militare. Un ufficiale Prussiano soleva fare l’appello agli orari più impensabili del giorno e della notte. Indifferente alle basse temperature per le quali rischiavamo l’assideramento, ci obbligava al terzo suono di tromba a disporci in file da cinque fuori dalle camerate. Ho sempre pensato che questa fosse una tattica come le altre per eliminarci. Dopo qualche mese ci proposero di aderire alla Repubblica di Salò e di poter finalmente tornare in patria. Rifiutai. Nonostante rischiassi la vita in quel campo, non potevo dimenticare i commilitoni morti. Così fui trasferito in Germania. Prima al campo Oberlangen, e poi, dal maggio del ’44, a Fullen, ribattezzato “il campo della morte”. Qui si trovavano i prigionieri ammalati, che nella maggior parte dei casi morivano perché non adeguatamente assistiti. Vi fui mandato perché avevo contratto la pleurite. Il 5 aprile 1945 il campo fu liberato dagli angloamericani. I nuovi alleati trovarono, tra le varie carte lasciate dai tedeschi, un documento in cui c’era scritto che tutti i prigionieri di Fullen avrebbero dovuto essere eliminati. Un tempismo che mi restituì nuovamente la vita. Rientrai in Italia il 21 settembre, arrivando a Merano e poi da lì riuscii a tornare a Scilla».

La storia degli Imi è forse stata un po’ dimenticata?

«Assolutamente sì. Degli internati italiani si è poco parlato e ricordato. Della loro condizione di inferiorità a livello di diritti rispetto ai prigionieri di guerra. Noi eravamo una categoria a parte e non potevamo godere neanche dell’assistenza della Croce rossa. Mentre gli altri ricevevano lettere e pacchi dai familiari, noi eravamo esclusi da tali benefici e isolati dalle nostre famiglie. Per quasi cinquant’anni il silenzio ha avvolto la vicenda degli Imi e i fatti militari dei Balcani. Ma io ho sempre sentito l’esigenza, come un vero e proprio dovere morale e civile, di ricordare questo capitolo della storia, per chi ci ha rimesso la vita e per quelli che si sono adoperati per salvare la patria».

La brutalità di quell’esperienza attraverso un libro non si può percepire così chiaramente come attraverso le parole del professor Como che, seduto sulla sua poltrona stringe ancora tra le mani il laccio di iuta che regge la piastrina metallica con il numero 24770. È soprattutto questo, l’annullamento personale e umano determinato da quel numero, che resta impresso in questa testimonianza. Nessuno riuscirà mai a scrollarsi di dosso il dolore che la Seconda guerra mondiale ha disseminato, ma sicuramente i racconti di quegli anni rafforzano la convinzione che simili avvenimenti non dovranno ripetersi nella storia.

Martina Catalano

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