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3 gennaio 2012

Guttuso, Omiccioli e la Musa ispiratrice

Nel 1949 nasceva la “Scuola di Scilla”, fondata da un gruppo di artisti con a capo Renato Guttuso (Bagheria, 1911 – Roma, 1987) e altri pittori, tra cui Giovanni Omiccioli (Roma, 1901-1975) e Rosario Mirabella (Catania, 1914 – Roma, 1972). Dalla loro creatività, si diffuse una pittura ispirata al paesaggio scillese e alla gente che lo popolava. Dal soggiorno estivo del ‘49, nacquero lavori esposti lo stesso anno in una mostra alla galleria “Il Pincio” di Roma, tra cui spiccavano la “Mareggiata sullo Stretto” e la “Donna di Scilla”).
Guttuso, Omiccioli e Mirabella hanno vissuto in un periodo storico difficile, problematico e, come l’arte spesso vuole, le avversità interiori ed esteriori che portavano con loro hanno fatto da fulcro alle loro opere. La pittura di Guttuso è socialmente impegnata e politicamente ispirata: tutta umana. Dalle sue tele emerge prepotente il culto e l’amore fedele per la libertà. Egli trasforma il mondo caotico e turbolento in cui vive la sua fonte di ispirazione, la sua musa. Le sue opere sono motti politici, coraggiose dichiarazioni ideologiche. Sempre a favore dell’uomo e dei suoi bisogni.
Anche Omiccioli vive in simbiosi con il mondo sociale, racconta attraverso le immagini una vita semplice, che ha per protagonisti contadini, pescatori, barboni e per ambientazioni posti semplici come prati e luoghi vissuti come campi di calcio, seppur conservando un’atmosfera onirica ed un romanticismo soffuso.
I due pittori sono uniti dalla storia, dalla guerra, dalle idee. Espressione fisica di questa unione fu il soggiorno a Scilla. La storia artistica della nostra città, però, non la vede solo come fonte di ispirazione. È la terra natìa di grandi pittori. E, forse, le due cose sono in qualche modo collegate: alla sensibilità di un pittore non può mica nuocere essere nato qui. Anzi.
Tra gli scillesi, a raffigurare il paese nella sua veste settecentesca, fu Antonio Minasi che, viaggiando per il Regno di Napoli, fece disegnare i paesaggi più interessanti che trovava lungo il suo cammino, tra i quali ovviamente quelli del suo paese. Parte di essi li affidò al cugino e compaesano Mariano Bova. Nel secolo scorso, per il suo legame viscerale con l’arte, affascina la figura del pittore e scultore Carmine Pirrotta. Egli visse, quasi in ritiro perenne, all’interno della sua incubatrice artistica, dalla quale traeva nutrimento e alla quale dedicava tutto se stesso. Come un «poeta maledetto» (così lo definisce Vincenzo Paladino nel suo libro “Calabria ultima”) viveva in ribelle solitudine la sua forte passione.
Un uomo come lui possiamo pensare che sarebbe stato un pesce fuor d’acqua, senza un piccolo squarcio di terra e mare che soddisfacesse il suo estro artistico e la sua introversione esistenziale. Lo stesso non può dirsi di un’altra scillese del novecento, Gina Bellantoni, la cui vigorosa attitudine all’arte la porta a cercare altrove i riconoscimenti che nella sua terra mancarono.
Scilla si direbbe l’incontro tra un piccolo angolo di globo e l’immenso universo dell’arte. Convergono qui come attratti da spinte gravitazionali artisti di diverso talento e diverse scuole, tutti però come richiamati dalla natura selvaggia ed evocativa, dal mare di Ulisse e di Omero, dalla gente semplice e dai suoi modi di fare familiari.
Questo è uno di quei posti in cui rimanere troppo con i piedi per terra, troppo attenti ad un percorso materiale e frenetico, probabilmente può far male, perché può mostrare chiaramente tutto quello che a Scilla manca e può lasciare la gente ancorata indissolubilmente a quello che non ha. In un paese dove il tempo sembra essersi fermato, dove i tentativi di progresso repentino annaspano, forse, solo l’arte può salvare.

Alessandra Longo

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