Archive for ‘La campana di don Camillo’

27 febbraio 2012

In ricordo del “Sacrestano”

La vita di Giuseppe Bova (1929-2012), ovvero ‘mpari Peppinu u Sacristanu, non figurerà in nessuna antologia di scillesi illustri, forse non sarà ricordata con una targa né con l’intitolazione di una via della città. Eppure poche cose come la partecipazione alle onoranze funebri danno il segno dell’importanza di una persona per una intera comunità. Peppino era una figura amica, familiare, che abbiamo imparato ad apprezzare e stimare nel corso degli anni. Con la sua morte se n’è andato “il” sacrestano, dacché da quell’ormai lontano 2002 e salva qualche parentesi e senza nulla togliere ai vari volontari che rendono tutt’ora possibile la prosecuzione a Scilla di un’ordinaria vita cattolica, nessuno ha più ricoperto questo importante ruolo, del quale s’avverte in certi momenti la mancanza. Don Mimmo Marturano, già arciprete di Scilla e quindi “capo” di Peppino per quasi vent’anni, non ha potuto frenare la commozione testimoniando l’affetto che pressoché tutte le famiglie scillesi mostravano per il sacrestano scomparso e di come quest’ultimo nutrisse un profondo rispetto in particolare per tutti i sacerdoti. Non poteva mancare un cenno alle “epiche” sfuriate di Peppino, da don Mimmo imputate alla sua insofferenza innata nei confronti di ogni atteggiamento che fosse “di comando”. Anche don Francesco Cuzzocrea, che pure l’ha conosciuto solo quando era già andato in pensione, ha trovato in un gesto di delicatezza come l’invito a non esporsi al sole cocente durante il funerale della moglie gran parte dei sentimenti che Peppino nutriva per il prossimo. E, quasi a voler ricambiare questo gesto, l’arciprete ha voluto che quel cappello d’argento che per decenni il sacrestano aveva amorevolmente posto sulla spalla della statua di San Rocco nelle giornate di festa fosse adagiato sulla sua bara per tutto il corso della messa funebre.

Giovanni Panuccio

6 novembre 2011

Lo strano sport del portatore

Dopo la prima, andata deserta, nella lettera-invito alla seconda riunione dei portatori della statua di San Rocco, l’arciprete Cuzzocrea chiedeva ai destinatari quale fosse il vero motivo che li muovesse a indossare maglietta azzurra e fazzoletto amaranto e sorbirsi una “marcia forzata” di alcune ore. Come possa, infatti, conciliarsi una così esibita, plateale, professione di fede cattolica nel giorno più solenne della “scillesità”, non soltanto religiosa, con la pressoché completa noncuranza riservata non solo agli atti di culto ma anche a meri aspetti organizzativi insolubilmente connessi col servizio prestato, è materia in grado d’interrogare parecchi curiosi e perfino qualche
studioso… Chi scrive appartiene alla categoria citata e non può esibire un “certificato di condotta” che lo esima dai rilievi appena formulati. Portatore dall’età di sedici anni, ho presto cessato di partecipare alle riunioni, nelle quali ho sempre sentito un numero di fesserie maggiore della già non certo modesta media cittadina e/o parrocchiale, e non mi sono comportato meglio quest’anno, né prima né dopo la citata lettera dell’arciprete. Riunioni segnate da proclamazioni di bontà e lealtà di comportamenti presto smentite dai fatti; adozione di norme scritte fatte per codificare la concezione “proprietaria” dei “vecchi” sulla statua e, in particolare, sul “diritto” (sic) di correre ‘U Trionfinu e addirittura peggiorate nell’applicazione, con l’annullamento degli effetti di quelle più sensate ed “equilibrate”; spirito di patata fuori luogo e del tutto scevro di vero senso dell’umorismo; pressoché totale assenza della dimensione trascendente che, piaccia o no, è ineliminabile da un’attività che intenda prestare un’onoranza di qualsiasi tipo alla memoria di San Rocco. Una qualche risposta, a don Cuzzocrea e alla propria coscienza, va dunque data. A meno di non inventarci lo strano sport del portatore della statua.

Giovanni Panuccio

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