Archive for ‘Primo Piano’

14 maggio 2012

Nella morsa dei banditi

Tanta attesa per un dissesto. Alla giunta Caratozzolo è servito più di un anno per approvare l’ormai famigerato consuntivo 2010. Ma, a conti fatti, il risultato della tanto celebrata “operazione verità” rischia di compromettere definitivamente la salute delle casse comunali. All’orizzonte si allungano infatti ombre scure, all’interno delle quali si agita lo spettro del crac finanziario. Una possibilità che può essere scongiurata in due modi: aumentare a dismisura le tasse o vendere i gioielli di famiglia. Forse, però, si poteva evitare di arrivare fino al punto di non ritorno, attraverso operazioni più chiare e trasparenti. E, soprattutto, disinteressate. Quel che più colpisce in tutta questa storia infatti è la palese discrasia tra le dichiarazioni e i fatti, tra i manifesti autoassolutori e la realtà delle cose. Giochi normali della politica nostrana. Ma stavolta a tenere banco è un paradosso enorme e grottesco. Perché alla base del rendiconto 2010 ci sono i dati forniti dalla Censum, la società privata di riscossione tributi i cui dirigenti sono stati definiti da Caratozzolo come dei «banditi». Sostantivo che il sindaco ha sdoganato durante gli ultimi due consigli comunali. Inutile dire che dietro una etichetta di questo tipo si nasconde tutta la sfiducia della giunta comunale nei confronti di una società sulla quale al momento non ci sono valide ragioni per mettere in dubbio il suo buon operato. E tuttavia lascia abbastanza perplessi la decisione di inaugurare una stagione economica da lacrime e sangue sulla base di cifre messe a disposizione da un organismo verso il quale l’amministrazione Caratozzolo nutre fortissimi dubbi. C’era forse la necessità di sancire un disavanzo a ogni costo? Difficile dirlo con certezza.

IL CONSUNTIVO
Fatto sta che alla fine il debito accertato si aggira intorno ai cinque milioni di euro. Una cifra alla quale si è arrivati dopo aver dato troppo allegramente un colpo di spugna ai residui attivi (le possibili entrate tributarie) ritenuti insussistenti. Tutto questo senza che l’amministrazione comunale facesse ulteriori e quanto mai necessarie opere di accertamento.
IL MANIFESTO
La giunta Caratozzolo è in ogni caso riuscita a smentire se stessa. Subito dopo la vittoria elettorale, sindaco e assessori si erano premurati di far conoscere alla cittadinanza il “reale” stato della finanza pubblica.
Il manifesto che tappezzava le strade metteva in mostra una cifra astronomica: 19 milioni di euro di disavanzo. Un dato smentito dal bilancio approvato poche settimane fa. Oggi di milioni ne rimangono cinque, e anche su quelli non c’è da giurarci. Non bisogna dimenticare che subito dopo la pubblicazione di quel manifesto, l’intero esecutivo era stato raggiunto da una querela da parte dell’amministrazione comunale precedente, guidata da Gaetano Ciccone. Il sospetto è che dietro il possibile baratro dell’ente comunale ci sia la difesa di meri interessi personali (vincere la causa per diffamazione). E non convincono neanche le parole dell’assessore al Bilancio Ciccio Bova, che durante la lettura della relazione finale ha usato toni da caccia alle streghe nei confronti dei suoi predecessori. Anche di fronte all’evidenza, l’ammissione degli errori non rientra tra le facoltà della giunta, che per salvare capra e cavoli ha deciso di addossare la responsabilità delle cifre inizialmente esposte al ragioniere capo del Comune, Rodolfo Fontana. Che adesso accusa gli assessori di avergli «carpito la firma» con l’inganno. Insomma, una faccenda spinosa nella quale i nuovi “depuratori” non fanno una bella figura.
GLI ESPROPRI
Un dato interessante è poi quello relativo ai debiti fuori bilancio. È ormai consolidata l’idea che queste cifre siano relative a espropri e pagamenti tributari risalenti agli anni 70 e 80. Caratozzolo, sconfessando la campagna persecutoria degli ultimi tempi, ha deciso di chiudere il contenzioso con una dichiarazione esplicita: «Non abbiamo mai detto che la colpa è di Ciccone».
COME USCIRNE?
È chiaro che il consuntivo 2010 comporterà conseguenze pesanti. Il disavanzo dovrà essere recuperato attraverso una tassazione più salata, accertamenti più stringenti e con la vendita dei beni più preziosi del Comune. Dovessero andare male queste operazioni, il dissesto economico diventerebbe inevitabile. Una possibilità che l’amministrazione comunale ha fatto di tutto per creare.

Pietro Bellantoni

14 maggio 2012

Buttati al vento 200mila euro

Dopo tanta attesa, nonché accese polemiche, l’amministrazione Caratozzolo ha liquidato la pratica “Consuntivo 2010”, la cui mancata approvazione ha causato per mesi la paralisi dell’apparato comunale. Il bilancio approvato, che era stato redatto dalla precedente amministrazione, dopo la “revisione”
apportata dalla giunta attualmente in carica attesta un disavanzo finanziario di 4,9 milioni di euro.
Orbene, a quanto scritto sulla relazione allegata al consuntivo e a quanto affermato durante lo scorso consiglio comunale, si arriva a questo risultato
dopo un’attenta revisione dei residui (crediti e debiti accertati ma non ancora riscossi) effettuata dall’attuale giunta, che ha provveduto alla cancellazione
di larga parte dei residui attivi, ovvero crediti, per un importo pari a 10,6 milioni di euro circa, poiché tali somme sono state ritenute inesistenti, insussistenti o prescritte. Come previsto dall’ordinamento, la prassi di revisionare in sede di redazione del consuntivo i residui, che risponde al principio di prudenza, volto a salvaguardare l’equilibrio finanziario dell’ente, consiste nell’eliminazione, in tutto o in parte, di somme che, seppur precedentemente accertate, non si è più in grado di riscuotere e che, pertanto, non hanno più motivo di essere considerate; è però bensì previsto dallo stesso ordinamento che prima di provvedere alla cancellazione di tali somme è necessario eseguire un riaccertamento, espletando ogni forma di azione possibile volta alla riscossione di esse e, se tale operazione non andasse a buon fine, è necessaria un dettagliata motivazione che ha portato alla loro eliminazione.
È proprio riguardo a tal punto che tra maggioranza e opposizione, in sede di approvazione, si sono levate le maggiori polemiche: tali motivazioni non sono state fornite e si è inoltre provveduto a cancellare somme, relative a tributi, ancora riscotibili per un ammontare di 200.000 euro (e sulle restanti bisogna ancora fare luce). Infatti, come dimostrato dal consigliere Pasquale Ciccone, vi è una lettera, inviata da Equitalia (la società pubblica di riscossione), in cui la stessa afferma che tali somme sono ancora esigibili, e pertanto non andrebbero eliminate; accertato ciò, l’opposizione ha richiesto di inserirle nel bilancio che si andava a votare, ma la proposta è stata rifiutata con fermezza dalla maggioranza.
Alcuni dubbi sorgono spontanei: forse si è andati oltre il principio di prudenza, cancellando ben 10 milioni di residui attivi, soprattutto alla luce del fatto che prima di far ciò non si sono espletate tutte le azioni per poterli recuperare? E se fosse stato ancora possibile incassarle? Se così fosse la cancellazione indebita di queste somme, oltre a configurare un danno erariale, costituirebbe un maxicondono tributario. E soprattutto, alla luce di quanto certificato da Equitalia, perché c’è stato il rifiuto di inserire somme (che andrebbero a ridurre il deficit) dichiarate, da un soggetto terzo e imparziale, ancora esigibili? In tempo di crisi, il prezzo per aver potuto affermare di “avere ragione” potrebbe dimostrarsi esorbitante; l’unica certezza è che, a causa delle scelte della giunta Caratozzolo, bisognerà ripianare un deficit di 5 milioni di euro in 3 anni: peso che graverà, come sempre, sulle spalle dei cittadini.

27 febbraio 2012

L’ospedale sacrificato dalla politica

Ha fatto scalpore la provocatoria lettera pubblicata recentemente dal sito Malanova.it, nella quale si chiedeva la disponibilità di Emergency a prendere in carico la struttura ospedaliera scillese. Anche nella lettera aperta, così come avevamo già fatto dalle colonne di questo giornale, viene ricordato che nella relazione della commissione parlamentare sugli errori sanitari è scritto a chiare lettere che «è stato richiesto di valutare l’effettiva esigenza della chiusura di ospedali quali quelli di Scilla e Rogliano». Ciò perché, al di là di tutti i conti e i parametri – alquanto discutibili – attraverso cui si sta attuando il Piano di rientro, la legge prevede espressamente che la valutazione della rispondenza delle strutture sanitarie al fabbisogno deve tener conto del criterio della soglia minima di efficienza. E l’efficienza dimostrata negli anni dalla struttura ospedaliera scillese è direttamente proporzionale all’inefficienza con la quale gli stessi servizi assicurati fino a pochi mesi fa dallo “Scillesi d’America”, vengono oggi svolti presso gli Ospedali Riuniti di Reggio, che si ritrovano a dover far fronte a un numero di utenti tali da finire col costituire un doppio danno: per la salute dei reggini e per la bontà e la qualità del lavoro degli stessi operatori sanitari. A ciò si aggiunge un altro aspetto, richiamato seppur indirettamente, da una recente sentenza del Tar di Reggio, con la quale è stata annullata la soppressione di cinque postazioni di guardia medica nella Piana di Gioia Tauro. Nella Sentenza i giudici scrivono: «La razionalizzazione del servizio di continuità assistenziale non può, evidentemente, passare solo attraverso un calcolo numerico ma attraverso un’attenta valutazione, da parte della Regione (ed ora ad opera del Commissario per l’attuazione del Piano di rientro), oltre che delle ragioni di spesa pubblica, delle caratteristiche orogeografiche, abitative e organizzative del territorio». Se questo principio è stato riconosciuto valido per le guardie mediche, la logica vorrebbe che esso valga, a maggior ragione, per le strutture ospedaliere. Ma, nei fatti, così non è! I casi di Scilla e Rogliano, piccolo centro della provincia di Cosenza, ne sono l’emblema.

Posto a 660 mt sul livello del mare, Rogliano conta 5.828 abitanti distribuiti su poco più di 41 Kmq (140,9 abitanti/kmq) ed è conosciuto come il paese delle 12 chiese. Scilla di chiese ne ha “solo” otto (10 se si considerano anche quelle di Melia e Solano Superiore); di abitanti qualche centinaio in meno ma con un territorio che sfiora i 44 Kmq (cui corrispondono 118,13 abitanti/kmq). Da questi dati è evidente la similitudine orografica, abitativa e organizzativa dei due ambiti territoriali, i due originari presidi ospedalieri vengono inizialmente riclassificati come “ospedali territoriali”: per Rogliano vengono conteggiati complessivamente 50 posti letto esistenti, mentre a Scilla il totale è di 77. Secondo le originarie previsioni del Piano di rientro, a Rogliano i posti letto normalizzati (calcolati cioè sulla base dei ricoveri appropriati e del tasso di occupazione di singola capacità) avrebbero dovuto essere 51, quelli di Scilla 47. I destini delle due strutture divergono nell’ottobre 2011, con due mosse repentine. Con un provvedimento ad hoc infatti si decreta di mantenere il presidio ospedaliero “Santa Barbara” di Rogliano nell’Azienda ospedaliera di Cosenza, compresi il numero dei posti letto normalizzati e il personale in esso operante. Il provvedimento, secondo quanto dichiarato dal governatore Scopelliti agli organi di stampa, è «l’unico atto esistente in tema di accorpamenti di strutture ospedaliere » e che perciò è da escludere l’esistenza di «una chiara volontà rivolta a penalizzare la sanità cosentina a vantaggio di altre realtà come quella di Reggio Calabria».

Successivamente viene messo nero su bianco il destino dello “Scillesi d’America”: da 47 posti letto, per via del nuovo riordino è soggetto al declassamento a Capt (centro di assistenza primario territoriale). E i posti letto appropriati? Scompaiono come per magia: zero! Dunque, il presidio ospedaliero di Rogliano mantiene i suoi 51 posti letto (uno in più di quelli rilevati nel 2009) e conserva le funzioni di ospedale, all’interno dell’azienda ospedaliera di Cosenza. Lo “Scillesi”, invece, accorpato all’Azienda ospedaliera di Reggio, dopo una vertiginosa sarabanda metamorfica diventa un Capt, viene individuato come possibile sede di una futura casa della salute, ma con zero posti letto. Non si capisce il perché di due destini tanto diversi per due presidi posti in realtà simili tra loro. Non esiste una spiegazione logica, ma ne esiste una politica: non penalizzare la sanità cosentina ma colpire con una raffica di provvedimenti spesse volte contraddittori, il punto che fin qui sta dimostrando di essere il più debole: l’ospedale di Scilla. L’ultima desolante dimostrazione l’abbiamo avuta di recente a Roma. Ai lavori della commissione parlamentare sugli errori in campo sanitario, il consigliere regionale Giuseppe Giordano (componente della commissione sanità in consiglio regionale) ha esposto le richieste dei sindaci dell’area grecanica e – si legge nel comunicato stampa – di «alcuni consiglieri d’opposizione del Comune di Scilla».

Per uno strano destino, Scilla riesce sempre a distinguersi dagli altri. Giordano, in quella sede, non era espressione di un partito politico, ma il rappresentante di un’intera commissione regionale e, quindi, di tutto il consiglio. Le istanze avanzate non possono e non devono essere solo dell’opposizione, ma di tutta la comunità scillese. Ancora una volta, come avvenuto in passato, Scilla si presenta debole. Ma la storia e la saggezza popolare ci insegnano che il destino di chi si dimostra debole è già segnato: se pecura ti fai, lupu ti mangia.

Francesco Rocco Picone

3 gennaio 2012

La scuola non si tocca, anzi sì

Il pericolo che la scuola elementare di Marina potesse essere svenduta, seppur per un lasso circoscritto di tempo, sembrava scampato. L’ultimo consiglio comunale si era infatti chiuso con un dietrofront del sindaco Caratozzolo che, incalzato dalle invettive di Pasquale Ciccone, aveva deciso di ritirare il provvedimento che avrebbe concesso l’uso della struttura alla Domi di Villa San Giovanni, una onlus specializzata in attività di orientamento, formazione e ricerca. In quell’occasione, Caratozzolo aveva deciso di affidare all’opposizione il compito di mettere a punto progetti in grado di riattivare la struttura. «Noi non conosciamo i titolari di questa società – aveva affermato il sindaco – né abbiamo alcun interesse personale nella faccenda. Ci interessa solo che la scuola esca dalla stato di abbandono nel quale si trova attualmente».
Ma in politica non si può mai dare nulla per certo, perché la saggia e opportuna decisione di Caratozzolo di fare un passo indietro si è alla fine scontrata con i malumori degli altri componenti della giunta, molto infastiditi dalla decisione unilaterale del primo cittadino. E così il sindaco potrebbe essere costretto a smentirsi pubblicamente, ripresentando al prossimo consesso civico la delibera incriminata. Le pressioni, in tal senso, sono tante. L’assessore al Turismo Santo Perina è apparso subito tra i più agguerriti, fortemente deciso a non piegarsi di fronte a decisioni determinate dall’azione politica di Ciccone. «Alla fine ripresenteremo il provvedimento» è stato il suo commento rilasciato al nostro giornale. In Totò Santacroce, invece, domina la volontà di guardare avanti e cercare altre soluzioni, anche se non manca di mostrare un pizzico di rammarico per il fallimento (a questo punto temporaneo) dell’iniziativa: «Per Scilla era un’ottima opportunità, che avrebbe sicuramente dato un buon impulso alla nostra economia, grazie alle persone che ogni giorno sarebbero giunte in città per frequentare i corsi». L’assessore Mollica, dal canto suo, sembra non avere nessuna intenzione di mollare la presa. La sua insistenza, unita a quella di Perina, potrebbe far barcollare la recente risoluzione di Caratozzolo, che si ritroverebbe in questo modo a dover revocare il mandato dato ai consiglieri di minoranza. Una bella grana, considerato che questi ultimi sono al lavoro da quasi un mese su un piano alternativo.
L’idea dell’opposizione è stata chiara fin da subito: l’ex scuola elementare deve avere una funzione turistica ed essere redditizia per la sua proprietà, cioè il Comune. Idea senz’altro condivisibile, se si considera che l’edificio si trova al centro della Cristoforo Colombo, cuore pulsante del turismo locale. Un albergo o un altro tipo di iniziativa simile, capace di aumentare la risposta alla domanda dei visitatori, sarebbe la soluzione ideale per sfruttare al meglio le potenzialità della struttura.
Ma gli affanni progettuali del gruppo “Insieme per il progresso” potrebbero risultare vani. Sembra che ormai non ci sia più spazio per i contributi esterni e che il tentativo di collaborazione inaugurato dal sindaco debba naufragare amaramente, più per questioni di orgoglio politico che per la convinzione di fare la scelta giusta per un bene comunale tra i più importanti.
A quel punto la scuola passerebbe tra le mani di una società che la utilizzerebbe esclusivamente per i suoi interessi, per un periodo di tempo enorme (20 anni) e senza alcun consistente beneficio per gli abitanti e lo sviluppo di Scilla.
Ma tra le tante cose, desta soprattutto perplessità il modo in cui la maggioranza ha deciso di puntare solo ed esclusivamente sulla Domi. È forse l’unica onlus attiva in Calabria? Dà più garanzie, offre più vantaggi rispetto ad altre società dello stesso tipo? Domande legittime, se si tien conto dell’importanza della decisione che la maggioranza verosimilmente si appresta a prendere. Perché è chiaro che la scuola non può essere lasciata ancora al suo destino, ma è pur vero che per darle un seconda vita sarebbe stato opportuno attivare un tavolo di concertazione per trovare le soluzioni più idonee e produttive. Quantomeno, se proprio si doveva svenderla, almeno svenderla bene.

Pietro Bellantoni

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: