Archive for ‘Storia’

14 maggio 2012

L’eredità dell’onorevole Rocco Minasi

«Un Paese che ignora il proprio ieri, non può avere un domani». È questo uno dei noti aforismi del grande giornalista, storico e drammaturgo Indro Montanelli il quale, nonostante appartenesse a un’epoca lontana anni luce da quella in cui viviamo adesso, riesce con dodici semplici parole a farci ancora capire quanto sia importante conoscere la storia e le persone che l’hanno resa viva, soprattutto quelle che hanno lasciato una traccia indelebile nel nostro territorio. È il caso del sindaco Rocco Minasi, il quale, tra verità e falsi miti, scrisse una delle pagine più belle della storia politica scillese. Nato nel 1910, annovera tra i suoi antenati uomini di grande spessore culturale, come l’illuminista e naturalista Antonio Minasi e il chimico Raffaele Piria. Nonostante una vicenda giudiziaria ai danni del padre Raffaele, scaturita da un grave errore investigativo che gli fece vivere un’adolescenza abbastanza difficile, studiò prima a Messina e poi a Roma, dove conseguì la laurea in giurisprudenza. Brillante avvocato sin dagli esordi, fu protagonista e organizzatore della resistenza romana contro l’occupazione nazista. Viene ricordato in politica per il suo tenace impegno nel far nascere il partito socialista in Calabria, difendendo tenacemente i diritti del movimento operaio.

Nel suo agire si ispirò soprattutto al pensiero e all’opera del dirigente Rodolfo Morandi, al quale Minasi era legato da una profonda amicizia. Rese il Psi della provincia di Reggio Calabria uno dei più forti del Meridione e dal 1953 al 1968 fu eletto deputato al Parlamento, caso unico nella storia di Scilla. Nel 1964 uscì dal Partito socialista e fondò con Tullio Vecchietti, Dario Valori, Vittorio Foa e Giuliano Amato il Partito socialista italiano di unità proletaria (Psiup). Nel 1952 venne eletto consigliere comunale di minoranza nel periodo che vide sindaco Antonia Paladino. Minasi fu sindaco del Comune di Scilla nel 1964, alla testa di una coalizione formata dal Psiup, Pci. e da una lista civica d’ispirazione cattolica e moderata denominata “Il castello”. Nei sei anni del suo mandato, fu artefice di numerose opere che diedero vita alla modernizzazione e al rilancio di Scilla: lo svincolo autostradale, la via Panoramica e la Via Marina.

Nel 1970 divenne consigliere comunale di Reggio Calabria, proprio mentre questa città subì il ratto del capoluogo regionale a favore di Catanzaro, che diede vita a numerose sommosse e rivolte. Caso unico nella storia repubblicana, il governo nazionale inviò l’esercito a presidiare le strade di Reggio. Fu proprio in quella circostanza che il politico scillese decise di dimettersi dal suo partito, come segno di protesta contro l’uso della forza militare nei confronti della popolazione civile. Una decisione coraggiosa che comportò brusche ripercussioni per la sua carriera politica. E questo per il solo fatto di aver difeso le ragioni dei reggini in rivolta. Minasi fu amico di numerosi esponenti politici e presidenti della Repubblica italiana, come Giuseppe Saragat e Sandro Pertini. Ancora oggi, emerge un quadro che raffigura la sua condotta di sindaco come una delle migliori e delle più incisive nella storia del nostro paese.
Ovviamente, Minasi fu affiancato da una valida amministrazione, in grado di capire i bisogni del popolo e di consentire a Scilla di diventare un paese più evoluto e aperto ai cambiamenti profondi dell’epoca. Un chiaro esempio di come per realizzare un effettivo cambiamento servano solo abilità e capacità di giudizio.

Pasqualina Ciccone

27 febbraio 2012

«La mia vita nel lager»

Nella memoria collettiva, i campi di concentramento rievocano per lo più l’immagine degli ebrei, tralasciando gli zingari, gli omosessuali e i dissidenti militari che subirono lo stesso trattamento. I soldati italiani, all’indomani dell’8 settembre 1943, dopo l’armistizio stipulato dall’Italia con gli angloamericani, si ritrovarono a dover fronteggiare come nemici i tedeschi che fino al giorno prima erano loro alleati. Coloro che scelsero di resistere all’esercito tedesco, divennero Imi (internati militari italiani), catturati e deportati nei campi di detenzione del Terzo reich. Per la maggior parte furono avviati all’industria bellica e mineraria, lavorando in condizioni disagevoli, al freddo e malnutriti. Il numero degli Internati militari italiani è di circa 800mila, con una perdita che va dai 37mila ai 50mila, deceduti soprattutto per la scarsa alimentazione e l’imperversare delle malattie, prima tra tutte la tubercolosi. Testimone di questa pagina buia, il professore Francesco Como, scillese, classe 1921, che ha partecipato al secondo conflitto mondiale come tenente di fanteria della divisione Acqui sul fronte greco-albanese, e successivamente promosso capitano. Oggi può fregiarsi di diverse onorificenze, tra le quali quella di Volontario della libertà, di Commendatore dell’ordine al merito della Repubblica italiana, di Cavaliere ufficiale al merito. Ma accanto all’orgoglio, restano i ricordi dolorosi di una guerra nella quale è stato prigioniero per due anni e dalla quale è riuscito a tornare vivo, con una piastrina metallica e il suo numero da internato che ancora conserva. Nel ’43 si trovava a Porto Edda, in Albania, come comandante della divisione Parma. Ma l’8 settembre il maresciallo Badoglio annuncia via radio l’armistizio con gli angloamericani.

Cosa accadde?

«Ricevemmo l’ordine di trasferirci a Corfù, in rinforzo al 18° reggimento. La situazione non era facile: dovevamo scegliere se continuare a combattere a fianco dei tedeschi o opporci. Il 25 settembre i tedeschi riuscirono a vincere la nostra resistenza. Badoglio aveva promesso di salvarci e invece, il 26 settembre, fummo disarmati e il 28 ottobre arrivai in Polonia: Deblin-Irena, Stalag 307».

Una volta nel campo cosa successe?

«Per prima cosa ci assegnarono un numero. Io ero il 24770. Non esistevano più gradi, non c’erano tenenti o capitani, solo 10mila numeri, incisi su piastrine metalliche che portavamo al collo. Quando un prigioniero moriva metà piastrina veniva conservata in una bottiglia, mentre l’altra metà finiva in un sacco insieme al corpo. Ricordo il freddo. Arrivai con una camicia, poi fortunatamente mi regalarono un giubbotto militare. Un ufficiale Prussiano soleva fare l’appello agli orari più impensabili del giorno e della notte. Indifferente alle basse temperature per le quali rischiavamo l’assideramento, ci obbligava al terzo suono di tromba a disporci in file da cinque fuori dalle camerate. Ho sempre pensato che questa fosse una tattica come le altre per eliminarci. Dopo qualche mese ci proposero di aderire alla Repubblica di Salò e di poter finalmente tornare in patria. Rifiutai. Nonostante rischiassi la vita in quel campo, non potevo dimenticare i commilitoni morti. Così fui trasferito in Germania. Prima al campo Oberlangen, e poi, dal maggio del ’44, a Fullen, ribattezzato “il campo della morte”. Qui si trovavano i prigionieri ammalati, che nella maggior parte dei casi morivano perché non adeguatamente assistiti. Vi fui mandato perché avevo contratto la pleurite. Il 5 aprile 1945 il campo fu liberato dagli angloamericani. I nuovi alleati trovarono, tra le varie carte lasciate dai tedeschi, un documento in cui c’era scritto che tutti i prigionieri di Fullen avrebbero dovuto essere eliminati. Un tempismo che mi restituì nuovamente la vita. Rientrai in Italia il 21 settembre, arrivando a Merano e poi da lì riuscii a tornare a Scilla».

La storia degli Imi è forse stata un po’ dimenticata?

«Assolutamente sì. Degli internati italiani si è poco parlato e ricordato. Della loro condizione di inferiorità a livello di diritti rispetto ai prigionieri di guerra. Noi eravamo una categoria a parte e non potevamo godere neanche dell’assistenza della Croce rossa. Mentre gli altri ricevevano lettere e pacchi dai familiari, noi eravamo esclusi da tali benefici e isolati dalle nostre famiglie. Per quasi cinquant’anni il silenzio ha avvolto la vicenda degli Imi e i fatti militari dei Balcani. Ma io ho sempre sentito l’esigenza, come un vero e proprio dovere morale e civile, di ricordare questo capitolo della storia, per chi ci ha rimesso la vita e per quelli che si sono adoperati per salvare la patria».

La brutalità di quell’esperienza attraverso un libro non si può percepire così chiaramente come attraverso le parole del professor Como che, seduto sulla sua poltrona stringe ancora tra le mani il laccio di iuta che regge la piastrina metallica con il numero 24770. È soprattutto questo, l’annullamento personale e umano determinato da quel numero, che resta impresso in questa testimonianza. Nessuno riuscirà mai a scrollarsi di dosso il dolore che la Seconda guerra mondiale ha disseminato, ma sicuramente i racconti di quegli anni rafforzano la convinzione che simili avvenimenti non dovranno ripetersi nella storia.

Martina Catalano

27 febbraio 2012

Antonia Paladino, primo cittadino scillese

Fuga di cervelli, ma anche pari opportunità. Sono locuzioni ormai entrate a far parte del nostro dizionario quotidiano da un po’ di tempo. Il primo termine, che purtroppo è esteso a tutto il territorio italiano, fa da cornice al secondo, di cui molto spesso si sente parlare quando i media si riferiscono alla soleggiata parte meridionale della nostra bellissima penisola, zona in cui le donne lottano ancora per ottenere ambiziosi posti di lavoro, cariche politiche e lavorative che sembrano quasi riservate a pochi eletti appartenenti a una fantomatica casta, che farebbe invidia persino alla non così lontana India. Però, se facciamo alcuni passi indietro, catapultandoci nel mondo difficile del secondo dopoguerra, dove risorgere dalle macerie era un lavoro duro per le donne tanto quanto che per gli uomini, adornata di grande forza di volontà, tenacia e soprattutto cultura, appare una figura purtroppo poco ricordata dal sovraffollato mondo culturale italiano: Antonia Assunta Paladino Brancacci. La Paladino negli anni 50 è stata una valida rappresentante del gruppo politico della Democrazia cristiana, riuscendo a diventare il primo sindaco donna di Scilla, delegata regionale e rappresentante del movimento femminile della stessa Dc. Dopo aver trascorso la sua infanzia nel nostro paese, studiò a Messina e poi a Torino, dove conseguì la laurea in Medicina. Una volta tornata nella sua amata cittadina, iniziò a occuparsi attivamente della sua professione e, ovviamente, di politica.

Eletta sindaco nel 1952, dopo essersi specializzata in psicologia clinica e aver fatto parte dell’Istituto di Osservazione minorile del ministero di Grazia e giustizia ed essere diventata in breve tempo direttrice del centro medico psicopedagogico dell’Ente nazionale per la protezione morale del fanciullo, decise di dimettersi dall’incarico di primo cittadino nel 1954 per dedicarsi interamente alla famiglia, alla sua professione di medico e alla sua vera passione, la poesia e la scrittura (numerose le sue pubblicazioni, tra cui la raccolta di poesie “Alba e tramonto”). Una volta trasferitasi al nord Italia, fu nominata commendatore al merito della Repubblica italiana. Per la nostra comunità, la Paladino reperì una serie di finanziamenti dalla Cassa depositi e prestiti destinate alla realizzazione di alcune opere pubbliche, tra cui un progetto per la ricostruzione della Chiesa Madre di Scilla. Inoltre, il sindaco fece collocare all’interno della grotta ai piedi del Castello Ruffo la statua della Madonnina del mare, realizzata dall’artista Monteleone, una vera e propria opera d’arte che può essere ammirata ancora oggi. Non bisogna dimenticare, inoltre, che l’amministrazione guidata dalla dottoressa Paladino si occupò di un tema quanto mai attuale: è nel 1952 che fu avviata la prima costruzione dell’ospedale su un suolo che il comune donò al “Comitato pro-erigendo Ospedale”. Ultima attività, ma non per questo meno importante, fu la riconversione dell’ex carcere sito in via Tripi in una “Casa del Fanciullo”, che ebbe il compito di ospitare prima madri in difficoltà e successivamente persone bisognose, anziani e disabili. Nonostante questo magro elogio a una personalità così importante, ci si può rendere conto di come non contino le barriere sociali, politiche e culturali: ci vuole forza, impegno, cultura, ambizione e talento naturale per riuscire a emergere e migliorare la realtà sociale in cui si vive. Proprio come ha fatto il sindaco Paladino.

Pasqualina Ciccone

3 gennaio 2012

Un secolo di idee e di giornali

Nella cittadina scillese la cultura di pubblicare giornali ha una lunga tradizione, in particolar modo gli inizi del secolo scorso rappresentano una stagione ricca di fermento culturale e piena di progetti editoriali, che certamente hanno contribuito a rafforzare l’identità di un popolo in un territorio ricco di antiche storie, tradizioni culturali e leggende mitologiche. Una metamorfosi rigeneratasi in una sorta di continuità culturale attraverso una poliedrica stampa di periodici che hanno visto la luce grazie all’opera instancabile di illuminati scillesi, del passato ma anche del nostro recentissimo presente.
Una fonte riporta che tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, un giornale letterario “Il Vessillo” fu fondato da Agostino Minasi, che lo redasse prima tra Scilla e Messina e poi a Napoli. Ma la prima stagione forse di maggiore produzione ebbe inizio negli anni ’20 con il “Giornale di Scilla”, periodico pubblicato e diretto da Antonio Bellantoni dal 1922 al 1929. In quegli stessi anni però un’altra testata viene pubblicata con il titolo “Scilla”, si tratta di una rassegna mensile per l’incremento di Scilla e delle regioni calabro-sicule: il suo direttore è Rocco Bellantoni che pubblica il primo numero nel luglio 1923 e fino all’agosto del 1926. Due esempi editoriali inseriti a cavallo delle due guerre mondiali che mirano a contribuire al progresso culturale del nostro territorio, con il supporto grafico delle Officine Grafiche La Sicilia di Messina. Si diceva anni ricchi di progetti editoriali, alcuni di brevissima durata, quali “L’Etereo Polo”, rivista umoristica fondata nel 1921 da Emanuele Musco; “Hesperia”, rivista sportiva pubblicata nel 1923; “Sirena”, rivista letteraria illustrata e di varietà, pubblicata nel 1926 da Santi Paladino.
La seconda guerra mondiale, la necessaria ricostruzione e l’emigrazione, con i successivi anni del boom economico, probabilmente distraggono le risorse umane, culturali ed economiche ad altri ben più intensi impegni che gravano sul Paese. La nostra ricerca riprende quindi tra la fine degli anni ’60 con “Ju” stampata in ciclostile nel gennaio ’67 e “Palestra” nel 1968, entrambi editi dalla gioventù cattolica “Pier Giorgio Frassati”. Un secondo periodo di fecondo fermento editoriale, inizia invece con gli anni 70, e vi troviamo la pubblicazione di periodici di attualità e di politica, come nel luglio del 1971 di “Prospettiva Socialista” diretta dal prof. Giuseppe Vita; dall’agosto del 1971 al 1982 con “Il Proletario” diretto da Francesco Pizzarello e successivamente da Enzo Lacaria; nel ’72 “La Destra” un periodico stampato in ciclostile, con le originali copertine disegnate dal prof. Francesco Burzomato (che ringrazio per l’importante supporto nelle ricerche), e diretto da Antonio Dieni; sempre nel 1972 ritorna, seppur con breve durata, la testata “Il Giornale di Scilla” con editore Antonio Panuccio e diretto dal fratello, il prof. Pietro Panuccio; nel 1976 poi è la volta de “L’Obiettivo” un periodico mensile diretto da Antonino Denisi e pubblicato da un gruppo cristiano di impegno sociale tra Palmi, Bagnara, Scilla e Villa S.G. (quasi un antesignano dell’odierno Costa Viola Informa); nel marzo 1984 “Il Quaderno” con editore Paolo Caratozzolo e diretto da Alberto Consoli; e sempre degli anni 80 è “Il timone” con direttore Enzo Lacaria. Ma si ricordano anche pubblicazioni come “Il Lao”, “Poesis” e “Popsis, Eco di Aspromonte” tutte con richiami a uomini e al territorio di Scilla.
Gli anni 80 aprono invece un’altra lunga esperienza editoriale della comunità cristiana, si afferma così una testata, che forse raccoglie nel titolo il vero significato del raccontare nell’incontro, “La Strada” diretta, tra il marzo 1980 e il dicembre 1983, dall’arciprete don Pippo Curatola (oggi direttore responsabile dell’Avvenire di Calabria), per poi mutuarsi e rinascere nel febbraio 1984, in una nuova testata, denominata “Insieme… costruiamo la comunità” voluta e diretta dal suo successore, don Mimmo Marturano, con direttore responsabile mons. Salvatore Nunnari (oggi arcivescovo metropolita di Cosenza-Bisignano). L’esperienza dei mensili della comunità cattolica si conclude poi nell’ottobre del 2004 con la breve tiratura di “Koinonìa… per cercare ciò che ci unisce” ispirata e diretta da don Bruno Verduci, e con il ritorno come direttore responsabile dell’importante firma di mons. Filippo Curatola. A cavallo tra gli anni novanta e gli inizi del nuovo secolo non mancano le pubblicazioni che si occupano in maniera più specializzata di arte, cultura e turismo: nel 1993 è la testata “Scilla” questa volta sotto forma di rivista, con direttore Tommaso Giusti mentre la direzione editoriale è di Pasquale Arbitrio, che abbina al mensile, qualche anno dopo nel ’97, anche il supplemento “Skyllea oggi”.
Alla fine del secolo scorso si inserisce invece una simpatica pubblicazione, siamo nel novembre 1998, e un gruppo di giovani pubblica “PreOccupati…?” un mensile satirico-culturale autogestito, precursore dell’odierno malanova.it (dove mantiene ancora quell’intelligente stile irriverente e satirico). L’inizio del nuovo millennio non vuole essere però da meno al vecchio Novecento, così nel febbraio 2002 è la volta di “Scillae Universitas” con direttore responsabile Tina Ferrera, prima donna giornalista a dirigere un periodico scillese, e che porta pure a battesimo, qualche anno più tardi nel maggio 2004, assumendone la direzione, anche il periodico di arte e turismo “Costa Viola Magazine” con editore la Zerouno Italia. Una menzione sentimentale, per chi scrive invece, va al periodico d’informazione, diretto anch’esso da Tina Ferrera, “Costa Viola Informa”, in cui si mette in risalto quel territorio costiero che va da Palmi a Villa S.Giovanni, attraverso una esperienza editoriale diversa, grazie alla Cooperativa Caravilla del bagnarese Carmelo Tripodi.
E arriviamo ai giorni nostri, con “Scilla!” esperienza appena nata per volontà dell’associazione culturale omonima e con direttore responsabile Pietro Bellantoni. La nostra indagine si ferma qui, la passione per la ricerca e il giornalismo ci ha spinto a ricordare protagonisti e riviste che hanno raccontato pezzi di storia e di territorio. Nessuno ce ne voglia se ne abbiamo dimenticato qualcuno, anzi accoglieremo i suggerimenti di buon grado per una puntuale ricostruzione. Nella certezza che la metamorfosi editoriale di Scilla continuerà negli anni avvenire con quella necessaria rigenerazione e quel fermento culturale, insito negli uomini “illuminati” scillesi, per continuare a mantenere la memoria di un popolo e di una terra.

Filippo Teramo

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