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6 novembre 2011

Le origini di un dono d’amore

«Nel 1956 per munifica donazione degli Scillesi d’America, Edificato”. Questi i caratteri cubitali che furono inscritti sulla facciata, a perenne ricordo, per il “miracolo d’amore e di costanza” che era stato compiuto dagli scillesi d’oltreoceano. La nostra storia sullo “Scillesi d’America” ha inizio dal compimento della struttura che avrebbe ospitato il primo vero ospedale di Scilla. Anche se la perla del Tirreno un ospedale lo aveva già avuto: era stato fondato nella prima metà del ‘600, dalla principessa Giovanna Ruffo, donna pia e munifica, che volle donare agli scillesi «un asilo per i diseredati dalla sorte, di coloro che avevano vissuto con insipienza operando male e che, alla fine, impotenti e miserabili, bisognosi di tutto e privi di affetti, dovessero esservi accolti e assistiti dalla carità cristiana».

L’origine della nascita dello Scillesi d’America ebbe però ben altra motivazione: si era negli anni successivi al dopoguerra, anni di miseria e di rovine anche per la comunità scillese.

Una scena rimarrà impressa a due “scillesi d’america”, che stavano per far ritorno a New York: un giovane uomo scillese, bisognoso di urgente assistenza medica, riuscì dopo grandi difficoltà, ad essere trasportato all’ospedale di Reggio Calabria su un camion sgangherato. A quei tempi  a Scilla non vi erano mezzi di trasporto, tanto meno un’autoambulanza, non vi era neppure una sala di pronto soccorso: l’anno era il 1948; il giovane uomo era il dr. Rocco De Marco, sindaco di Scilla; i due “americani” che assistettero esterrefatti a quella scena pietosa erano Francesco Facciolà e Rocco Giordano. La notizia dell’improvvisa morte del primo cittadino di Scilla colpì molto l’intera comunità ed ancor di più coloro che lo conoscevano, si apprese dell’accaduto anche nelle comunità scillesi d’oltreoceano: lo stupore e la penosa meraviglia, la sorpresa e la preoccupazione che non ci fosse a Scilla un’autoambulanza per il trasporto dei malati risvegliò nei “figli della seconda Scilla” il desiderio e la determinazione che casi come quello accaduto non si ripetessero più.

Nel mese di novembre dello stesso anno al numero 162 di Mott Street a New York City riuscirono a riunirsi un gruppo di “scillesi americani” che ascoltarono attentamente la proposta di Facciolà e Giordano: iniziare una sottoscrizione per racimolare la somma necessaria per comprare un’autoambulanza per farne dono alla città di Scilla. Ma la decisione fu altra, con convinzione decisero di dare al loro paese d’origine qualcosa di più di un’autoambulanza, si intravedeva “la folle idea” di un’infermeria o di una piccola clinica, ma non senza coinvolgere nella decisione gli scillesi che risiedevano a Brooklyn, a Kew-Gardens, a Port-Chester, a White Plains, nel Westchester-Counthy, al Bronx: oltre sessanta americani oriundi di Scilla, Melia, Favazzina e Solano Superiore proseguirono nell’intento della Commissione di New York City.

Sin dai successivi incontri emerse la proposta di donare non già un’autoambulanza ma invece «un ospedaletto di dieci posti letto per uso di tutti i cittadini del Comune di Scilla, comprese le borgate di Melia, Favazzina e Solano Superiore, riservando due posti letto per i poveri abitanti del Comune» non molto lontana dalla seicentesca motivazione della principessa Ruffo: quindi un ospedale a Scilla! Era la mattina di domenica 6 febbraio 1949 ed il comitato promotore assunse il nome di “Scilla Community Hospital Fund Inc. Usa” mentre l’8 luglio 1949 nacque il primo consiglio direttivo scillese con il nome di “Comitato pro Erigendo Ospedale in Scilla”. Nel biennio 1949-50 i modi usati per la raccolta dei fondi videro svariati sistemi, dall’organizzazione di “carnivals” a banchetti di beneficienza, dalla riffe alle collette, dalle sottoscrizioni alle lotterie: ogni mezzo era utile pur di raggiungere lo scopo. Nel mentre in Italia l’iter  per la costituzione in Ente Morale faceva la sua lenta strada, con atto notarile, stipulato il 4 aprile 1952, il Comune di Scilla consacrava la cessione del suolo destinata per la costruzione dell’ospedale; il 9 aprile lo “Scilla Community” inviò 20 milioni di lire, sufficienti per la costruzione di un ospedale progettato dall’architetto Bagalà; il 22 maggio 1952 vi fu la posa della prima pietra.

Rispetto alla somma preventivata, le ditte Gioffrè di Messina e Imbesi di Favazzina, che accettarono l’incarico, pretesero un 30% di aumento. Era necessario continuare a raccogliere fondi per arrivare alla desiderata meta: fu così che il 22 ottobre 1955, con l’invio del controvalore necessario, e dopo appena un anno, l’edificio era pronto ad accogliere l’occorrente per attrezzare la struttura e il 5 ottobre 1956 furono consegnate al sindaco le chiavi dell’eretto ospedale. Seguirono anni difficili per avviare l’attività sanitaria e per raccogliere i fondi necessari per le attrezzature, mentre il Comitato Amministrativo costituiva con atto pubblico l’Ente Ospedaliero, consacrando la denominazione di “Ospedale Scillesi d’America” e provvedendo a rendere funzionale il nuovo Ente dando l’incarico alle Suore del Volto Santo di presiedere ai lavori di cucina, lavanderia e pulizia. Il 10 settembre 1961 finalmente l’inaugurazione ufficiale, mentre il 23 settembre 1964 l’ospedale venne elevato a “Ente Morale”. Da qui in poi, l’ospedale si rivolse al Governo Italiano per ottenere i necessari finanziamenti per la costruzione del nuovo padiglione con progetto approvato già nel 1966.

Nel ’71 l’ospedale di Scilla veniva dichiarato “Ente Ospedaliero” e successivamente “Ospedale di zona”. Arriviamo dunque alla storia più recente, con  la nascita del Servizio Sanitario Regionale, istituito con la legge regionale n.18 del 2 giugno 1980 e l’ospedale “Scillesi d’America” diventa il prezioso riferimento dei comuni appartenenti all’Unità Sanitaria Locale n.29. Usl abrogata poi nel 1996 con le norme sul riordino del servizio sanitario regionale che portarono l’Ospedale in dote prima all’Asl 11 di Reggio Calabria e poi, fino ai giorni nostri, all’attuale Asp 5.

Il senatore dello Stato di New York, che ho avuto l’onore di conoscere personalmente nel ’92, Antony B. Gioffrè, presidente dello “Scilla Community Hospital Fun, Inc., Usa”   disse del nosocomio: «Alcuni seppero subito quale fosse la via da seguire. Pochi la portarono a compimento. Oggi possiamo dire: è stata opera nostra». Mi piace anche pensare di non dare mai appuntamento a nessuno, nemmeno al nostro peggior nemico, augurandogli in dialetto scillese “Chi ‘mmi ti viru ‘nta porta ru spitali”… E’ viva la speranza che l’ospedale “Scillesi d’America”, punto di riferimento di un’intera comunità, rimanga “opera nostra” donata dai nostri padri, per noi e per i nostri figli, per un intero territorio: pronto, attrezzato, funzionale e operativo ad accogliere tutti, qualunque sia l’estrazione sociale, nel perenne ricordo di quel triste e penoso “camion sgangherato” non più necessario all’uso.

Filippo Teramo

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